Non tutte le disabilità sono visibili, e non tutte le fragilità nascono da una condizione clinica.
Nella società contemporanea, non solo in Italia, sta prendendo forma un nuovo profilo di esclusione: persone che, pur non risultando affette da specifiche condizioni patologiche, faticano a compiere gesti quotidiani sempre più legati alla digitalizzazione e alla mobilità.
Si tratta spesso, ma non solo, di anziani, di residenti in aree periferiche o interne, spesso mal collegate, di persone con limitata autonomia negli spostamenti o con competenze digitali insufficienti.
Per loro, la transizione digitale non è un’opportunità, ma un obbligo silenzioso.
Prenotare una visita specialistica, richiedere un’esenzione, compilare un modulo o semplicemente comunicare con un ente pubblico richiede ormai quasi sempre uno smartphone e qualche volta anche una PEC, una connessione stabile e veloce, un’identità digitale e una minima alfabetizzazione tecnologica, anch’essa, peraltro, caratterizzata da un processo evolutivo continuo e sempre più rapido.
Chi non ha questi strumenti o non riesce a utilizzarli secondo le proprie necessità si trova di fatto tagliato fuori dai servizi essenziali.
Qual è la situazione in Italia rispetto al contesto europeo?
Italia
L’Italia è il Paese più anziano d’Europa.
Secondo gli ultimi rilievi Eurostat (al 2025), la popolazione con 65 anni e più di età raggiunge il 24,8% del totale rispetto ad una media complessiva del 22%.
| Paese | ≥ 65 anni (%) |
| Italia | 24,8 |
| Portogallo | 24,3 |
| Bulgaria | 23,9 |
| Grecia | 23,7 |
| Finlandia | 23,6 |
| Croazia | 23,3 |
| Germania | 22,7 |
| Slovenia | 22,2 |
| Unione Europea | 22,0 |
| Francia | 21,9 |
| Lettonia | 21,9 |
| Polonia | 21,0 |
| Danimarca | 20,9 |
| Estonia | 20,9 |
| Ungheria | 20,8 |
| Paesi Bassi | 20,8 |
| Lituania | 20,8 |
| Svezia | 20,8 |
| Repubblica Ceca | 20,7 |
| Spagna | 20,7 |
| Romania | 20,3 |
| Belgio | 20,3 |
| Austria | 20,2 |
| Slovacchia | 18,8 |
| Malta | 18,5 |
| Cipro | 18,2 |
| Irlanda | 15,7 |
| Lussemburgo | 15,3 |
In realtà, nelle aree interne, come chiarisce un recente rapporto ISTAT, la popolazione più anziana è anche percentualmente più numerosa rispetto ai centri urbani, e continua a crescere.
A questa struttura demografica si somma un quadro di mobilità fisica non sempre adeguato: trasporti pubblici limitati, marciapiedi spesso non accessibili, carenza di servizi di prossimità.
Il risultato è un confinamento quotidiano, fisico e relazionale, che colpisce in modo sproporzionato le fasce più anziane e chi vive da solo.
Parallelamente, la pubblica amministrazione ha accelerato il passaggio al digitale: SPID e CIE sono diventati chiavi di accesso quasi obbligatorie in tante situazioni legate alla quotidianità; l’app IO consente di ricevere comunicazioni, gestire documenti ed effettuare pagamenti verso le pubbliche amministrazioni; le prenotazioni sanitarie, le richieste di bonus, le dichiarazioni sostitutive e persino le varie richieste agli uffici delle anagrafi comunali sono gestiti prevalentemente online.
La digitalizzazione ha indubbi vantaggi: riduce le code, i tempi di attesa e, spesso, gli errori amministrativi, ma, quando diventa l’unica via percorribile, trasforma la tecnologia in un vero e proprio muro invalicabile.
Per molte persone anziane o con difficoltà motorie, però, la barriera non è solo tecnica (mancanza di dispositivi o di connessione), ma procedurale: interfacce non intuitive, autenticazioni a più fattori, scadenze di codici fin troppo ravvicinate, mancanza di adeguata assistenza.
Si crea così una condizione di disabilità situazionale: una persona abile in altri contesti diventa fragile di fronte a un modulo online che presuppone dimestichezza con QR code, notifiche push o archiviazione digitale di documenti.
Europa
Per comprendere se l’Italia sia un caso isolato o parte di una tendenza più ampia, è utile guardare ai dati europei.
Secondo Eurostat, la percentuale di persone tra i 65 e i 74 anni che hanno utilizzato, nell’ultimo anno, i servizi digitali delle amministrazioni pubbliche in Italia si attesta intorno al 41%, contro una media UE che supera il 52%.
| Paese | ≥ 65 <75 anni (%) |
| Danimarca | 97,4 |
| Paesi Bassi | 95,2 |
| Svezia | 91,3 |
| Irlanda | 88,0 |
| Finlandia | 85,8 |
| Francia | 74,5 |
| Lussemburgo | 70,4 |
| Belgio | 66,5 |
| Estonia | 59,4 |
| Austria | 56,5 |
| Spagna | 56,0 |
| Germania | 52,5 |
| Unione Europea | 52,4 |
| Ungheria | 52,4 |
| Repubblica Ceca | 49,8 |
| Lettonia | 49,7 |
| Slovenia | 45,5 |
| Italia | 41,1 |
| Portogallo | 40,7 |
| Malta | 40,7 |
| Cipro | 39,8 |
| Slovacchia | 36,9 |
| Lituania | 34,2 |
| Grecia | 33,0 |
| Croazia | 32,0 |
| Polonia | 27,6 |
| Bulgaria | 11,8 |
| Romania | 8,3 |
Fonte dati Eurostat: % di popolazione di età compresa tra 65 e 74 anni che ha utilizzato piattaforme o app della pubblica amministrazione almeno una volta negli ultimi 12 mesi : 2025; elaborazione Mondoblog
Paesi come Finlandia, Danimarca, Svezia, Irlanda e Paesi Bassi registrano tassi anche superiori all’85%, grazie a programmi educativi integrati, reti di assistenza locale e, soprattutto, alla garanzia di canali alternativi fisici sempre attivi.
In Germania e Francia, ad esempio, la spinta al cosiddetto “digital by default”, per cui i servizi erogati dalle amministrazioni pubbliche sono prodotti direttamente in modalità digitale, è stata accompagnata da obblighi di mantenimento degli sportelli tradizionali e/o dall’introduzione di figure dedicate, che offrono supporto gratuito nei Comuni e in varie strutture pubbliche.
In Francia, in particolare, grazie al programma Next Generation, sovvenzionato da fondi UE, esiste dal 2021 la figura del conseiller numérique, sorta di mediatore o educatore digitale, che supporta chi ritiene di averne bisogno nell’utilizzo di smartphone e altri device quali PC, tablet, ecc. o nell’esecuzione delle varie pratiche digitali ormai entrate a far parte della nostra quotidianità.
La rete, che conta circa 4.000 professionisti in tutto il Paese, è itinerante e flessibile – svolgendo l’attività in centri comunali, patronati, centri sociali, ospedali, ecc. – ed è impiegata da un ampio spettro di organizzazioni: ONG locali, autorità municipali e dipartimentali e altri enti.
L’Italia, invece, ha spesso delegato la transizione alle piattaforme senza investire proporzionalmente nelle reti di prossimità; il risultato è paradossale: all’aumentare della digitalizzazione dei servizi, aumenta anche il numero di cittadini che li evitano o li subiscono con ansia, rinviando, ad esempio, prestazioni sanitarie o pratiche amministrative fino a quando non diventano improrogabili.
Il confronto europeo non vuole sminuire il lavoro svolto, ma, piuttosto, ricordare che la digitalizzazione è inclusiva solo quando è accompagnata da scelte organizzative che tengano conto delle diversità di accesso, competenza e mobilità.
Verso un’inclusione reale

Riconoscere le nuove fragilità non significa opporsi alla digitalizzazione, ma chiedersi come renderla umana.
Ecco alcune possibili risposte già sperimentate in contesti europei e replicabili anche in Italia:
- Modello ibrido obbligatorio: ogni servizio pubblico digitalizzato dovrebbe mantenere un canale fisico o telefonico attivo, con tempi di risposta garantiti: la scelta del canale dovrebbe spettare al cittadino, non all’ente.
- Mediatori digitali di prossimità: figure formate e retribuite, dislocate, ad esempio, in biblioteche, farmacie, patronati o strutture comunali, che affianchino i cittadini nelle procedure online senza sostituirsi a loro.
- Progettazione “inclusiva” di default: app per smartphone e desktop con interfacce chiare, font leggibili, contrasti elevati, navigazione da tastiera, assistenza vocale e possibilità di salvare o ripetere i passaggi; il rispetto degli standard WCAG 2.2 , linee guida internazionali che definiscono i requisiti tecnici per rendere i contenuti digitali accessibili alle persone con disabilità di varia natura, dovrebbe essere condizione vincolante per i finanziamenti pubblici.
- Unità mobili di assistenza: in comuni rurali o montani, si potrebbero realizzare sportelli itineranti che portino servizi anagrafici, sanitari e di pagamento direttamente nei centri aggregativi, riducendo il peso degli spostamenti.
Si tratterebbe, in ultima analisi, di investimenti in resilienza sociale: una pubblica amministrazione non respingente riduce i contenziosi, migliora la soddisfazione dei cittadini e previene l’emarginazione silenziosa di chi, pur essendo parte della comunità, non riesce più ad accedere ai suoi canali ufficiali, rinunciando, in definitiva, ad essere cittadino a tutti gli effetti.
Conclusione
La transizione digitale è irreversibile, ma tende ad essere discriminatoria: quando i servizi essenziali migrano online senza considerare chi non può o non sa seguirli, si creano nuove disabilità: non scritte nei referti medici, ma palpabili nella vita di ogni giorno.
L’Italia, con la sua struttura demografica e le sue disparità territoriali, ha la responsabilità di trasformare questa sfida in un modello di inclusione.
Il confronto europeo mostra che è possibile digitalizzare senza escludere, a patto di mantenere canali alternativi e di formare figure di prossimità.
La tecnologia dovrebbe servire le persone, e non viceversa: la vera innovazione, oggi, non sta nel rendere tutto digitale, ma nel garantire che nessuno resti indietro a causa del fatto che la quotidianità è ormai diventata troppo complessa da vivere.
