Il dibattito italiano sull’energia solare al suolo è spesso diviso in due fronti: la parte di chi teme che i pannelli solari consumino il territorio e distruggano le risorse agricole, e la parte di chi li vede come l’unica strada rapida per raggiungere gli obiettivi climatici.
C’è però una via intermedia che sta prendendo piede in Europa e che in Italia comincia a essere sperimentata con risultati concreti: l’agrivoltaico diffuso, che non prevede di sostituire i campi con centrali elettriche, ma, piuttosto, di far convivere pannelli e colture sullo stesso terreno, trasformando i piccoli Comuni in attori protagonisti della transizione energetica senza sacrificare un solo metro quadro di suolo agricolo.
A differenza dei grandi parchi fotovoltaici tradizionali, che coprono interamente la superficie con moduli fissi a pochi centimetri da terra, l’agrivoltaico “avanzato” o “dinamico” posiziona i pannelli ad un’altezza di 2,5 – 3 metri, lasciando libero lo spazio sottostante per il passaggio di trattori, il pascolo o la coltivazione di ortaggi e cereali.
Più precisamente, come riportato dalle linee guida sull’agrivoltaico, documento pubblicato il 27 giugno 2022 da un gruppo di lavoro costituito da CREA, ENEA, GSE e RSE e coordinato dal Ministero della Transizione Ecologica, i requisiti minimi normativi di altezza dal suolo per accedere agli incentivi del Decreto Agrivoltaico (DM 22/12/2023) sono stati così definiti:
| Tipo di attività | Altezza minima richiesta |
| Attività zootecniche (pascolo) | 1,3 metri |
| Attività colturali (macchinari agricoli) | 2,1 metri |
La pratica progettuale (ad esempio in questa realizzazione in provincia di Parma) prevede altezze medie anche superiori ai 3 metri; alcuni progettisti optano per altezze anche più elevate (4 – 5 metri), per consentire il passaggio agevole di trattori moderni e di attrezzature montate, oltre che per migliorare la ventilazione delle colture e facilitare le operazioni di manutenzione dell’impianto stesso.
I moduli sono spesso montati su strutture ad inseguimento solare, creando un’ombreggiatura variabile che, lungi dal danneggiare le piante, può proteggerle dallo stress termico estivo e ridurre l’evaporazione dell’acqua dal suolo.
Secondo le stime prodotte dalle linee guida, questi sistemi possono rappresentare importanti soluzioni per l’ottimizzazione dell’uso della risorsa idrica, in quanto il fabbisogno di acqua può essere talvolta ridotto per effetto del maggior ombreggiamento del suolo, un vantaggio non trascurabile in un’epoca di estati sempre più secche.
Il potenziale per i piccoli Comuni è tangibile.
Se infatti, come emerge da uno studio ENEA per il Comune di Saluggia un impianto agrivoltaico con una capacità di 1 MW può produrre in media all’anno 1,227 Gwh di energia, tenuto conto che il consumo pro capite di energia elettrica (comprendente anche industria, trasporti, ecc.) in Italia nel 2024 è stato di 5,17 Mwh (fonte IEA: International Energy Agency), e che la quota del residenziale è circa ill 22% del totale (IEA) si può ipotizzare, almeno in linea teorica, che un impianto di quella taglia possa coprire il fabbisogno di energia elettrica di una comunità di un migliaio di persone (e anche più, nel caso di realtà poco industrializzate).
Naturalmente, ci sono problematiche anche per l’agrivoltaico: ad esempio, sono da valutare l’impatto ambientale e paesaggistico complessivo e, comunque, non tutte le colture sono adatte per l’installazione di questi pannelli
Per i piccoli Comuni la strada è più praticabile di quanto si pensi, ma richiede una regia attenta.
Innanzitutto occorre individuare con oculatezza terreni marginali, ex aree dismesse o fasce agricole a bassa redditività, evitando di convertire suoli già altamente produttivi.
La normativa italiana, grazie al Decreto attuativo del PNRR per l’agrivoltaico, vincola gli incentivi al mantenimento effettivo dell’attività agricola e richiede monitoraggi periodici sulle rese, un meccanismo che tutela sia gli agricoltori che il paesaggio.
Il vero ostacolo, oggi, non è però tecnologico ma burocratico: i tempi autorizzativi si allungano spesso oltre i 12-18 mesi per la mancanza di un dialogo strutturato tra uffici comunali, assessorati all’agricoltura e gestori di rete, sebbene alcune regioni, come ad esempio la Toscana, stiano semplificando gli iter per le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) che includono componenti agrivoltaiche, prevedendo sportelli unici e modelli di gara standardizzati.
L’agrivoltaico non è una soluzione miracolosa, ma uno strumento concreto per trasformare i piccoli Comuni da consumatori passivi di energia a produttori consapevoli: quando tecnologia, agricoltura e comunità si allineano, il territorio non si impoverisce, ma si rigenera.
