– di Mario Giorcelli (*)
Prima delle città
In “The City in History”, un volume pubblicato oltre 50 anni fa ora considerato un classico, Lewis Mumford ci ricorda che i nostri progenitori, quando ancora vivevano nelle caverne, si procuravano il cibo cacciando e raccogliendo nel bosco bacche e frutti edibili. Secondo sue stime, un territorio boschivo poteva nutrire non più di 10 persone per miglio quadrato (1). Gran parte della loro attività consisteva nella ricerca del cibo quotidiano e nell’accumulazione delle scorte per l’inverno. Avevano una vita breve e precaria e non potevano moltiplicarsi oltre il suddetto limite di sostenibilità del territorio. Non avevano interesse a scambi con gruppi concorrenti né potevano realizzare insediamenti stabili sul territorio.
Solo la pratica delle prime attività agricole e di allevamento nelle aree con accesso all’acqua, consistenti nel riprodurre piante alimentari (la palma, il fico, l’ulivo, il melo, la vite, etc.), coltivare alcune erbe dai semi commestibili, addomesticare e allevare alcuni animali (inizialmente il maiale, la pecora, alcuni volatili, e successivamente i bovini, il cavallo e l’asino) ha consentito di concentrare sul territorio un numero maggiore di persone, distribuite in villaggi, costituiti originariamente da famiglie allargate, stabilmente residenti in un’area. Con l’agricoltura la disponibilità di cibo era infatti enormemente aumentata rispetto a quella ottenibile dalla caccia e dalla raccolta di frutti di bosco. E ancor più sarebbe aumentata con l’invenzione dell’aratro e la domesticazione del bue come animale da tiro.
A partire dal sesto millennio A.C., la necessità di difesa delle scorte di cibo e dei bottini di guerra, di amministrare la giustizia, di celebrare riti religiosi, di scambiare i prodotti alimentari e manufatti artigianali e artistici, ha gradualmente trasformato alcuni di questi villaggi nelle prime città (ubicate in aree fertili lungo le valli fluviali del Nilo, dell’Indo, del Tigri e dell’Eufrate).
Secondo Mumford la città è ”la più preziosa invenzione collettiva della civiltà, seconda solo al linguaggio nella trasmissione della cultura”. Ma senza l’agricoltura la città non sarebbe mai nata.
La distribuzione sul territorio milanese degli insediamenti agricoli nell’antichità
Da Polibio, in un volume sull’Italia scritto fra il 144 e il 124 A.C. (Storie, libro II cap.15 e 17), apprendiamo che la regione padana, da lui visitata, era fertilissima e che i cerali (grano, orzo, panico e miglio) e il vino erano abbondanti e costavano poco. Molto diffusi erano anche i querceti per la produzione di ghiande, con cui veniva nutrito un gran numero di suini. I Celti, che allora abitavano queste lande, erano infatti esperti allevatori di maiali e la loro dieta comprendeva un elevato consumo di carne.
Strabone, nel libro V.1.6 della sua Geografia Universale (scritto probabilmente intorno al 20 A.C.) dice: ”Gli Insubri …. avevano come metropoli Mediolanum, che anticamente era un villaggio (tutti infatti abitavano sparsi in villaggi); ora invece è una città importante, al di là del Po, quasi ai piedi della Alpi”. La toponomastica ci consente di riconoscere ancora la distribuzione dei villaggi cui si riferisce Strabone. Sono quasi tutti ubicati lungo le vie che dal capoluogo conducono a Varese, Como, Lecco e Bergamo: la desinenza in ”ate” dei nomi di molti borghi lungo queste strade (ad esempio Brembate, Gallarate, Monate, Locate, etc.) indica infatti l’appartenenza di ciascuna località a un diverso clan familiare di origine celtica. Tutte queste località sono posizionate nel quadrante da Nord-Ovest a Nord Est di Milano. Nel Sud Milano, infatti, i terreni erano ancora paludosi e impraticabili e tali sarebbero rimasti (salvo una prima parziale bonifica con le “centuriazioni” romane lungo le strade consolari) fino alla realizzazione, nel 12° secolo, delle bonifiche dei monaci cistercensi e di importanti opere pubbliche per la distribuzione dell’acqua (tra cui l’attuale Naviglio Grande), che avrebbero reso questi terreni i più fertili della pianura e avviato, attorno agli insediamenti monastici, la graduale ruralizzazione del territorio.
Nel Medioevo alcuni dei borghi del territorio milanese sarebbero diventati sede di mercati agricoli, ubicati in media a una distanza di 20-25 Km. l’uno dall’altro, in modo che i carri dei contadini, alla velocità consentita dal traino da buoi, potessero raggiungere i mercati di primo mattino e rientrare prima di notte. Il nuovo limite di sostenibilità del territorio, in termini di popolazione, era quindi determinato dalla quantità di cibo che poteva affluire ai centri urbani dalla campagna circostante, sommato alla quantità di cibo prodotto per l’autoconsumo e per nutrire gli animali. Il contributo della caccia e della raccolta era invece divenuto marginale, mentre l’importazione di cibo da altre aree era ancora irrilevante.
Milano e il suo contado ai tempi di Bonvesin de la Riva
Nel capitolo 4° del suo libro “de Magnalibus Mediolani“, pubblicato nel 1288 (2), Bonvesin de la Riva ci racconta che “In città si tengono mercati generali quattro volte l’anno… A tutti questi mercati partecipano in numero strabiliante e incalcolabile venditori e compratori delle più disparate mercanzie” (quasi tutte prodotte dal “contado”, come vedremo in seguito). Ogni settimana poi, nei giorni di Venerdì e Sabato, si tiene un mercato ordinario in diverse parti della città; e inoltre ogni giorno tutto ciò che può servire agli uomini viene esposto in gran quantità e messo in vendita con grida non soltanto in luoghi appositi, ma addirittura per le piazze. Nei borghi e nei villaggi del nostro contado si tengono altresì molti mercati ogni anno, in date stabilite; in parecchie di queste località si tengono anche mercati settimanali e a tutti partecipano in quantità venditori e compratori”.
Nello stesso capitolo vengono elencate lunghe liste dei prodotti provenienti dal “contado” (ma anche da orti e giardini urbani) esposti in questi mercati: vari tipi di cereali e di legumi, frutta di stagione, verdura, erbe aromatiche, noci, mandorle, nocciole di bosco, castagne; e poi carne, pesce, gamberi di fiume, latte, formaggi, ricotte, uova, pane, vino (anche di ottima qualità) e perfino olio d’oliva, sebbene in limitata quantità. Fra i prodotti non alimentari (ma comunque derivanti da coltivazioni o allevamenti) vengono citati i tessuti di lana e di lino, oltre a quelli d’importazione (seta e cotone). Per quanto riguarda i cibi provenienti da fuori contado, vengono indicati il sale e alcuni prodotti esotici (datteri, pepe e alcune spezie).
Si può quindi stimare che il fabbisogno alimentare della città era soddisfatto per almeno il 90-95% dai prodotti del contado. Oltre ai prodotti alimentari sopracitati il territorio forniva alla città grandi quantità di legname di diversa qualità, proveniente dai boschi, foreste e sponde dei fiumi. L’acqua in città era disponibile in più di seimila fontane pubbliche e in “pozzi d’acqua viva” ubicati pressoché in ogni casa, mentre nel contado “vi sono limpidissime acque da sorgente”. L’esportazione di prodotti agricoli era limitata alle eccedenze di cereali, che venivano venduti a Como (non inclusa nel contado milanese) e a Nord delle Alpi.
Si nota come nella situazione sopradescritta il rapporto città-campagna fosse perfettamente integrato e interdipendente: la campagna non poteva fare a meno della città, indispensabile sbocco dei suoi prodotti, mentre la città non poteva fare a meno del suo territorio, che le forniva nutrimento, legna per cucinare, riscaldare e per le costruzioni, energia idrica (che muoveva 3000 ruote di 900 mulini) e gran parte dei tessuti necessari per la persona e la casa. In termini attuali si potrebbe dire che la massima parte dei prodotti per la vita di tutti i giorni erano a “chilometro zero” e tutta l’energia era prodotta da fonti rinnovabili.
L’agricoltura periurbana e la città industriale
In tutta Europa la città industriale, fin dalle origini, è entrata in competizione con l’agricoltura su tutte le risorse (acqua, suolo, addetti, capitale e energia), risultando vincente su tutti fronti. L’agricoltura periurbana ha sì compensato la rilevante riduzione degli addetti assorbiti dall’industria e delle superfici coltivabili con l’utilizzo di macchine, concimi e antiparassitari e riorganizzando la sua struttura operativa, ma non ha potuto accrescere la sua produzione quanto necessario per soddisfare il crescente fabbisogno della città, moltiplicato dall’immigrazione di nuovi abitanti.
Le nuove modalità di trasporto hanno consentito di supplire ai rifornimenti alimentari della città ampliando le aree di provenienza dei prodotti, ma in questo processo si è indebolito il rapporto fra città e campagna, non essendo la città più dipendente dalla campagna circostante per quanto concerne il soddisfacimento del suo fabbisogno alimentare: per quanto riguarda il territorio milanese, la domanda di prodotti alimentari soddisfatta dall’agricoltura periurbana non raggiunge attualmente il 5% del valore complessivo dei prodotti consumati nell’area metropolitana, deducendo il valore di prodotti locali – come il riso – esportati all’estero o venduti fuori dall’area milanese.
Anche per quanto concerne gli aspetti paesaggistici la campagna residua nell’area metropolitana milanese non presenta più le attrattive del “contado” di Bonvesin de la Riva: particolarmente nelle aree limitrofe alla città, il paesaggio agricolo periurbano di pregio è piuttosto raro. Si notano invece diversi fattori di degrado ambientale: barriere (superstrade, ferrovie, elettrodotti, canali scolmatori, etc.) che tagliano il paesaggio senza alcun risarcimento ambientale, discariche abusive, corsi d’acqua inquinati e maleodoranti, equilibri idrici alterati, insediamenti abusivi. Anche nelle aree coltivate si avverte la perdita di valori paesaggistici causata dalla crescente tendenza alla monocultura su ampie superfici, con la conseguente rarefazione dei filari e delle siepi frangivento che separavano i diversi campi e l’abbandono dei fontanili e dei canali dell’antica rete irrigua, ora spesso disseccati, essendo preferita l’irrigazione a pioggia anziché quella a scorrimento.
L’agricoltura periurbana e i parchi di cintura nell’area metropolitana milanese: problemi e prospettive
Il Centro Studi del PIM, in una ricerca del 2008 (3) rileva che l’area urbanizzata della città metropolitana, quando saranno attuati tutti gli strumenti urbanistici comunali, “dall’attuale 35% balzerà al 42%” (della superficie complessiva), un valore pericolosamente prossimo alla soglia di sostenibilità del 45%, oltre la quale i terreni non garantiscono più la rigenerazione ambientale”. In effetti nel 2008 in alcune aree la suddetta soglia era già superata: nel capoluogo la superficie urbanizzata copriva il 61,9% del territorio comunale e sarebbe arrivata al 69,9% una volte attuate tutte le previsioni degli strumenti urbanistici allora in vigore (4), mentre nel Nord Milano, nei comuni di prima e seconda fascia, si era raggiunto un livello di occupazione del suolo del 74%, con un incremento previsto fino all’81%, nonostante una stabilizzazione della popolazione residente nella città metropolitana.
I danni conseguenti alla perdita di permeabilità del suolo, fra cui le sempre più frequenti esondazioni del Seveso, dell’Olona e del Lambro, hanno reso evidente l’elevatissimo costo dell’eccesso di occupazione del suolo nei comuni di prima e seconda fascia del Nord Milano.
Uno degli obiettivi più urgenti da raggiungere è quindi quello di contenere il consumo del suolo, evitando in particolare la saldatura dei centri abitati nelle aree più urbanizzate. Al conseguimento di questo obiettivo potranno dare un importante contributo l’agricoltura periurbana e i parchi di cintura. Ma il loro ruolo primario sarà quello di garantire la tutela della biodiversità floro-faunistica, delle risorse ambientali e dei valori paesaggistici del territorio.
Per quanto concerne l’agricoltura, si auspica che possa evolversi verso nuove funzioni, aggiuntive rispetto a quelle attuali, come la produzione di servizi eco-ambientali, quali il recupero lento dei terreni inquinati mediante la piantumazione di apposite essenze arboree, la fitodepurazione delle acque di superficie, la creazione di ambiti paesaggistici di pregio. Il compenso per questi servizi potrebbe accrescere la redditività dell’attività agricola, rafforzandone il radicamento sul territorio.
La gravità della situazione ambientale ereditata dall’inarrestabile sviluppo e dal successivo declino della città industriale ha comunque generato anche un fatto positivo: la crescente consapevolezza dei problemi da affrontare, sulla quale costruire le necessarie risposte.
Questa nuova sensibilità ha, tra l’altro, favorito lo sviluppo di tecniche “naturalistiche”, come ad esempio quelle impiegate in alcune città europee e americane per mitigare gli effetti di eventi atmosferici estremi semplicemente ritardando il deflusso dell’acqua piovana nella rete fognaria mediante la realizzazione di prati, orti e perfino boschi sulle piattaforme strutturali sopraelevate (quali tetti piani di case e fabbriche, depositi, viadotti ferroviari dismessi, parcheggi multipiano), evitando così la necessità di ingombranti opere idrauliche quali gli scolmatori e i bacini di laminazione.
Su questa nuova sensibilità si è anche basato il successo di nuove forme di gestione del verde urbano, quali gli orti sociali, i giardini condivisi e i frutteti urbani, basate sull’impegno diretto di gruppi di cittadini. Su queste nuove istanze culturali e sociali, qualora adeguatamente interpretate dalla politica, si ritiene possibile innescare un processo virtuoso di riequilibrio nel rapporto fra città e campagna.
(*) Architetto
Note:
(1) corrispondente a circa 4 persone per Km quadrato
(2) Ai tempi di Bonvesin de la Riva, Milano città raggiungeva circa 200.000 abitanti e il contado 500.000, per un totale di circa 700.000 persone. Il contado si estendeva a Nord fino al lago di Lugano e a Sud fino ai confini con Lodi.
(3) Consumi di suolo – Quaderni del Piano Territoriale n. 28 – Centro Studi PIM – Provincia di Milano
(4) Il nuovo PGT di Milano prevede una percentuale di occupazione del 71%.




