21/07/2026

di Carlo Alberto Rinolfi (*)

Chi è costretto a vivere in carrozzina conosce bene i rischi insiti nella condizione d’inattività fisica verso cui sta gioiosamente correndo l’umanità nell’era dell’Antropocene.

 Centinaia di milioni di disabili motori sperimentano ogni giorno tutte le patologie “non trasmissibili “ da inattività che colpiscono ormai bimbi obesi che giocano alla playstation, moltitudini in sovrappeso incollate ai computer, obesi gravi e meno gravi, anziani che popolano sempre più in gran numero il nostro pianeta.

Per favorire la conoscenza  dei rischi che tutti stiamo correndo la rivista scientifica “The Lancet” col suo rapporto “Physical Activity 2016: Progress and Challenge” ha aggiornato e pubblicato la panoramica mondiale sugli effetti dell’inattività sulla salute e le sue ripercussioni economiche.

La rassegna degli studi  ha riguardato quasi tutti i Paesi del mondo, e conferma la responsabilità della apparentemente innocua sedia sulla quale anche le tradizionali otto ore lavorative non sono prive di conseguenze per la  salute. Secondo The Lancet, per annullare i rischi sarebbero sufficienti sessanta minuti al giorno di attività fisica, molti di più dei 150 minuti a settimana consigliati per gli adulti dall’Oms che già nel 2010 identificava l’inattività fisica come il quarto fattore di rischio per mortalità globale.

Per il Piano  OMS di azione globale per la prevenzione e il controllo delle malattie non trasmissibili 2013-2025”, ottenere una riduzione relativa del 10% della prevalenza dell’insufficiente attività fisica entro il 2025 costituisce uno dei nove obiettivi a livello mondiale, e aumentare i livelli di attività fisica è ritenuto un fattore importante per ottenere:

  1. una riduzione relativa del 25% della mortalità precoce dovuta a malattie cardiovascolari, tumori, diabete o malattie respiratorie croniche
  2. una riduzione relativa del 25% della prevalenza dell’ipertensione
  3. fermare l’aumento del diabete e dell’obesità.

Apparentemente non dovrebbe essere una missione impossibile. I 150 minuti a settimana consigliati nel 2013 dall’OMS o l’ora il giorno indicata recentemente dagli esperti Lancet sembrano pratiche molto semplici da perseguire per chi ha ancora l’uso delle gambe. Nella realtà però, nonostante le politiche nazionali, neppure l’indicazione dell’OMS è rispettata con un danno così grave alla salute da far parlare ancora di una “epidemia a estesissima e rapida diffusione”.

Già nel 2012, in occasione dei giochi di Londra, The Lancet denunciava la ”pandemia globale per inattività” e riportava i risultati di una ricerca secondo cui le quote di malattie attribuite all’inattività fisica erano le prime quattro dell’elenco sotto riportato, in sostanziale concordanza con i dati OMS:

Negli ultimi quattro anni queste stime sono cambiate poco nonostante le politiche adottate da molti Paesi, ma la comprensione di altre conseguenze per la salute d’inattività fisica è progredita sino al punto di rilevare l’associazione tra l’attività fisica e la cognizione.

Ora, una grande quantità di dati osservazionali suggerisce che l’attività fisica può contribuire anche a prevenire la demenza, e alcune prove sperimentali hanno mostrato cambiamenti neurobiologici in relazione al sistema e visivo motorio, che avvalora la plausibilità di una relazione causale. Si stimano in sei milioni i casi che si sarebbero potuti evitare in tutto il mondo se l’inattività fisica fosse stata assente.  Inutile ricordare che il problema della demenza da inattività è destinato a espandersi con l’invecchiamento progressivo della popolazione mondiale e ad aumentare col crescere del reddito come evidenzia la tabella sotto riportata.

L’Italia non sfugge alla tendenza generale.

 L’Istat ci ricorda  che i fenomeni di sedentarietà ed eccesso di peso, che molto frequentemente sono associati fra di loro, insieme o singolarmente, rappresentano un fattore di rischio per la salute di oltre la metà degli adulti (52,1%).

 Nel 2015 “Ventitré milioni e 524 mila persone (39,9% della popolazione di tre anni e più) hanno dichiarato di non praticare sport né attività fisica nel tempo libero. La sedentarietà è più elevata tra le donne e cresce all’aumentare dell’età, dai sessantacinque anni quasi la metà della popolazione si dichiara sedentaria”. A tutti si consiglia  di fare  tanto movimento fisico .

Queste evidenze fanno un effetto strano  agli occhi dei quasi 3  milioni di  italiani con disabilità  .

Il  milione mezzo con due o tre disabilità , i  700 mila con difficoltà motorie, gli oltre 200 mila con difficoltà sensoriali,  i quasi 400 mila con limitazioni che impediscono le normali funzioni della vita quotidiana, sono in difficoltà persino a muoversi su un banale tapis roulant .  

E’ d’obbligo domandarsi quanto incida l’”effetto sedia” nel loro caso.

Quanto sarà il rischio di morire per una persona che per tutta la vita è costretto a stare in carrozzina se è del 9 % per un “normodotato motorio” che rimane seduto per otto o più ore il giorno e fa poco esercizio fisico rispetto al 6 % di chi sta alla scrivania per meno di quattro ore il giorno e fa almeno un’ora di attività fisica quotidiana?

Si dirà che quello che accade ai disabili motori non è molto rilevante per chi non è nella loro condizione. Nulla di più sbagliato.  Questo modo di pensare non fa i conti col fatto che tutta l’umanità sta andando verso una crescente e inevitabile disabilità motoria e gli appelli a praticare sport, consigliare più esercizi aerobici e sviluppare attività educative sono da sostenere ma non stanno frenando per niente un treno che sembra nel pieno della sua corsa.

Gli stessi esperti di The Lancet constatano che, nei quattro anni trascorsi dal precedente report del 2012, nonostante lo sviluppo della conoscenza del fenomeno “il progresso globale sugli argomenti trattati nel presente lavoro è stato modesto, e ogni segno di progresso indica le mancanze delle azioni in corso”. “L’attività fisica non è in aumento in tutto il mondo. Anche se molti studi dimostrano che l’attività fisica migliora persino la salute del cervello, questa nuova conoscenza non è ancora stata tradotta in azione”.

Neppure per gli esperti è molto chiaro cosa si dovrà ancora fare per ottenere interventi più efficaci.

Costruire una forza lavoro specifica per l’attività fisica nella sanità pubblica? Espandere la ricerca? Destinare più risorse a iniziative volte a modificare le politiche che aumenteranno l’attività fisica in tutti i Paesi?

Che fare dunque? Il livello di efficacia generale delle soluzioni che emergono dalle analisi è tale da sollevare seri dubbi sull’adeguatezza dell’approccio. Alcune osservazioni si possono rivolgere al metodo adottato. La maggior parte delle prove sugli effetti della sedentarietà ottenute a oggi si basa su studi osservazionali e per questo è riuscita a dimostrare l’associazione tra sedentarietà e salute. Il vero interesse è però  quello di individuare le relazioni di causalità diretta per certe patologie . Molti studi, inoltre, risultano basati sui tempi autoriferiti dai soggetti osservati, e altri non prendono in considerazione altri fattori di rischio, come il fumo, l’alcool e l’alimentazione.

Escludere gli altri fattori di rischio e primo fra tutti l’alimentazione è forse legato alla preoccupazione di concentrare la ricerca, già di per sé complessa,  per poter estenderla in tutti i paesi del globo ? il fine sarebbe quello di aggiunge la più ampia possibile evidenza quantitativa piuttosto che andare in profondità su cluster più significativi?

Forse però i tempi sono maturi per compiere un salto ulteriore e adottare strumenti di rilevazione e analisi che permettono di misurare in campioni rappresentativi le relazioni esistenti tra aspetti rilevanti per la salute oggi lasciati sottotraccia, per poi proiettarli sull’universo statistico in questione.

Si ritiene che sia un’operazione troppo costosa o c’è forse anche un problema nell’impostazione?

Chi fa ricerca sa che l’ipotesi di fondo influenza gli strumenti e i metodi dell’osservatore, dunque determina in buona parte il risultato. In questo caso sembra che l’ipotesi di fondo di tipo epidemiologico orienti alla ricerca di una sorta di “virus culturale” da individuare ed eliminare per fermare la pandemia planetaria.

Anche se così fosse, non si capisce però per quale motivo questi studi, pur essendo sull’inattività motoria, non sembrano avvalersi a sufficienza dello straordinario patrimonio costituito dai portatori di disabilità motorie.

Al netto dei processi specifici e dei traimi che li hanno resi tali, sono loro a vivere nell’occhio del ciclone pandemico.

Sono indubbiamente i più esposti ai vari gradi di sindrome ipocinetica, cosa che li rende di fatto il “campione di riferimento elettivo” per indagini non solo osservazionali ma anche sperimentali, finalizzate  cioè a valutare le relazioni tra le cause delle patologie e gli effetti di trattamenti terapeutici e preventivi significativi per tutta un’umanità.

Grazie a loro l’ipotesi del “virus culturale dell’inattività  fisica ” da debellare potrebbe addirittura essere capovolta  da un “megatrend socioculturale di sedentarietà  ” caratteristico di in un mondo in cui è in atto una mutazione antropologica  in direzione dell‘  “homo ipocinetico”.

Il nuovo umano che è già nato , va accettato anche perché molto probabilmente ridurrà ancora di più la necessità di movimento fisico sia nell’età di lavoro sia in quelle più giovani e anziane; dovrà quasi sicuramente gestire sempre più lo stress per l’aumentata  velocità e precarietà delle sue sempre più numerose connessioni emozionali e avrà  un generale eccesso  di alimenti.

Integrare la metodologia di ricerca con  indagini su cluster di disabili motori  consentirebbe di entrare nel probabile futuro  e uscire dalle (purtroppo) poco efficaci ricette dell’aumento del movimento che tanta difficoltà culturale ed economica incontrano ad affermarsi in società sempre più tecnologizzate e con consumi alimentari crescenti.

Sarebbe un modo per  entrare nel tema delle “riabilitazioni nutrizionali e motorie”  che sappiamo essere così importanti alla presenza d’inattività fisica-motoria.

La trappola di un’umanità antropologicamente in corsa  nella  direzione di una riduzione del movimento fisico  è destinata  a generare nuove sindromi, come le ipocinetiche e  le metaboliche.

Accettare la forza di questa nuova condizione può  aiutare a innovare e a creare soluzioni appropriate a un organismo umano in profonda  mutazione.

C’è una questione di risorse economiche?  Forse l’ investimento in ricerca è di un certo livello ma appare un’impresa più che giustificata anche sotto il profilo imprenditoriale. Gli oltre  67,5 miliardi di dollari annui in spese sanitarie e perdita di produttività che la sedentarietà globale costa all’economia mondiale sono sicuramente sottostimati  per gli stessi  esperti di The Lancet. Un’enormità di risorse destinate all’inattività.

(*) Mondohonline 

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *