di Gabriella Campioni (*)
Era il 1969 (ci pensi, il secolo scorso!) quando ebbi il primo incontro ravvicinato con l’Arizona. Ci sarei tornata altre due volte, una delle quali per un intero anno…
Mi innamorai subito di questa terra, che almeno all’epoca conservava ancora tratti “selvaggi”, dovuti in gran parte al suo rapporto con l’acqua o, per meglio dire, con la scarsità di umidità atmosferica che lì raggiunge un massimo del 12% contro il 98% di Milano.
Qualche piccola curiosità a proposito di ciò. Lì sorge un enorme museo di aerei all’aria aperta e mi si diceva che i carrozzieri avevano vita difficile perché sui graffi delle auto non si formava ruggine, quindi nessuno li faceva riparare. Le Montagne Rocciose, distanti come le Grigne da Milano, sembravano a poche centinaia di metri. Di notte, stellate pazzesche, da scrutare in attesa di un UFO. C’è anche l’osservatorio solare di Kitt Peak, realizzato dopo una lunga trattativa e una cerimonia con i Nativi (credo fossero i Papago) perché lì abitavano i loro dèi, dove ebbi la fortuna di assistere a un’eclisse. Infine la più curiosa di tutte: nonostante le temperature elevate, uscendo da una piscina hai una sensazione di freddo perché evapori rapidissimamente…
Ancora, nei giardini non si coltivano fiori, ma cactus di ogni genere. Il più tipico, presente in molti film western, è il Saguaro, che sembra un enorme candelabro a più bracci, il primo dei quali, mi si diceva, nasce dopo duecento anni. Per un caso fortunatissimo, quella prima visita del 1969 avvenne dopo piogge abbondanti, che provocarono fioriture dai colori straordinariamente brillanti: una manna per gli appassionati di fotografia! C’era anche chi, con l’aiuto di una scala a pioli, cercava di fotografare i fiori che spuntano come una corona sulla “testa” dei Saguaro, simili a gigli bianchi con una striscia scura all’interno, considerati uno dei simboli dell’Arizona. Salendo, non era raro trovarsi davanti i grossi occhi gialli di qualche civetta che aveva occupato un foro praticato da un picchio.
Un elemento davvero caratteristico di questo territorio è dato dai canyon, che mi sono apparsi montagne “all’incontrario” nel senso che non sono “alture”, ma immense gole scavate da un fiume, con strade che corrono alla loro sommità.
Come dice il suo nome, il Grand Canyon è immenso e al suo fondo, 1600 metri sotto la strada, scorre ancora il Fiume Colorado. Un nome che sembra evocativo, in quanto gli strati rocciosi messi a nudo da esso assumono colorazioni straordinarie e diverse nelle varie ore del giorno; orme di dinosauri parlano di una storia vecchia milioni di anni. Nelle vicinanze, si trovano il Deserto Dipinto e la Foresta Pietrificata, millenni fa fatta di sequoia, in pratica giganteschi abeti. Quindi, di acqua, ce ne doveva essere molta… Nei canyon più piccoli, il fiume si è ridotto moltissimo o è addirittura scomparso.
Anche gli insediamenti umani hanno una storia antica seppur non antichissima. L’idea, che credo non solo mia, del villaggio indiano esclusivamente fatto di tende coniche, i teepee, ricevette un duro colpo quando visitai il Montezuma Castle. Non è chiaro il motivo del nome, dato che, con ogni probabilità, il famoso re azteco non mise mai piede in Arizona e il luogo era già stato abbandonato prima della sua nascita, ma questa non era la cosa più straordinaria.
Il “castello” era – è – una sorta di condominio di ben cinque piani e venti stanze, costruito in pietre calcaree macinate e argilla dentro la cavità di uno strapiombo roccioso, a 27 metri dal suolo. Gli autori e abitanti erano i Sinagua, ovvero i “Senz’Acqua”, un popolo sicuramente precolombiano, preistorico nel senso della mancanza di documenti scritti, vissuto tra il 1100 (o forse prima) e il 1425.
Ma perché costruire un rifugio accessibile solo, evidentemente, con scale portatili? Le ragioni, secondo gli storici, possono essere due. La prima, abbastanza ovvia, è la difesa da popoli guerrieri. La seconda ha a che vedere con la morfologia e le risorse del luogo, essendo i Sinagua coltivatori.
Alla base dello strapiombo, infatti, correva (non so se lo faccia ancora) il Beaver Creek, ”Torrente del Castoro”, alimentato dal ricco Fiume Verde, ma soggetto, per così dire, ad alti tumultuosi e bassi soprattutto durante la stagione monsonica, quando allagava il territorio.

Un po’, direi, come gli Egizi, i Sinagua riconoscevano in simili eventi il potenziale irriguo e fertilizzante, ma al tempo stesso quello distruttivo. La costruzione così in alto e riparata dentro la roccia diventava un rifugio sicuro nei periodi di turbolenza dell’acqua, aspettando che le cose si calmassero per poter nuovamente scendere a coltivare la terra. Tra l’altro, gli ingressi alle stanze hanno forma a T, permettendo (così si dice) di entrare recando sul capo enormi ceste cariche di prodotti raccolti. Le stanze, insomma, erano sia abitazioni, sia magazzini.
Intorno al 1425, i Sinagua abbandonarono questo e altri loro siti migrando altrove, per motivi tuttora oscuri. Si ipotizzano un lungo periodo di siccità, eccessivo sfruttamento delle risorse e scontri con il neo-arrivato popolo degli Yavapai.
Da allora, ben pochi si sono addentrati in questo luogo, che così si è preservato praticamente intatto, per quanto pericolante, e oggi è un parco nazionale, anche se visitabile solo dal basso accompagnati da guide; oggi, nel museo e negli edifici connessi si accede se muniti di mascherine “che si sia stati vaccinati o no”, mette bene in evidenza il sito Internet. Il museo raccoglie straordinari attrezzi e persino ornamenti ricavati da pietre e ossi di animali che dimostrano l’ingegnosità e l’abilità di questo popolo.
Pare comunque che diversi gruppi nativi degli Stati Uniti sud-occidentali, come gli Hopi e gli Yavapai, facciano risalire le proprie origini ai Sinagua e si rechino periodicamente nella zona, accanto al Verde River, per particolari cerimonie e raduni. Evidentemente, per loro è un territorio sacro, ricco di energie che noi non siamo in grado di percepire… e magari fanno sorridere alcuni di noi europei iper-razionali e smaliziati.
Concludo con una riflessione personale sul nome di questo popolo. Perché si chiamavano “Senz’Acqua”, quando hanno dimostrato di saper utilizzare, trattare con amorevole rispetto e persino gestire questo prezioso elemento? E se fosse perché svilupparono tali conoscenze e abilità proprio avendone lungamente vissuto e sofferto la mancanza?
Spero tanto che ci impegneremo al massimo per evitare che un giorno dobbiamo chiamarci anche noi Sin-agua…
(*) Educatrice – Istituto Cosmòs e MondoHonline
