Le caviglie grosse delle nobili milanesi e l’acqua dimenticata
– di Giuseppe Santagostino (*)
Chi apre l’acqua del rubinetto a Milano ignora che quella che esce ad un prezzo irrisorio non è il liquido ben noto, ma la storia stessa della sua città. E che la ricchezza della stessa nasce dalle acque irregimentate dai benedettini, di cui trassero giovamento poi Conti e Marchesi che, come stabilisce il titolo, tutto fecero con la zappa e poco con le armi.
Così quando detti nobili dalle loro campagne si insediarono in Milano, giammai guerreggiando, molto coltivando e rimanendo invischiati negli incroci matrimoniali basati sulla terra posseduta, si ritrovarono fra le mani solo femmine mai rapite in guerre straniere e quindi con le caviglie grosse delle razze padane.
Che c’entrano le caviglie grosse con l’ecologia milanese nell’evo di Greta?
C’entrano perché Milano è ancora quella cosa là, un paesone circondato dalla campagna più ricca d’Europa. I soldi oggi si fanno con la Finanza e i servizi, come pare scommettere la Milano post Expo tutta terziario?
Anche, ma agricoltura e industria, ovvero il nostro tratto distintivo dove si è formata l’etica milanese così simile a quella benedettina che ci ha dato il via, restano in paziente attesa di una ricollocazione moderna sperando che la città mantenga il legame con entrambe (o forse lo spero solo io, in qualità di segretario del Partito dell’Acqua, del Legno e del Ferro).
In realtà tutto pare cospirare contro questa visione, specie l’urbanistica decisamente orientata verso standard internazionali di consumo di suolo indifferenziato e l’abbandono di una visione unitaria del sistema idraulico che ha retto sino alla seconda guerra l’equilibrio industrial-agricolo milanese.
Se consideriamo che oggi buttiamo in fognatura 200 mln di metri cubi/anno di acqua di falda pulitissima solo per tenere asciutte metropolitane e parcheggi, che teniamo in stato penoso i nostri tre fiumi solo per non censire una volta per tutte tutti gli scarichi abusivi che li rendono inutilizzabili a scopi irrigui, che sprechiamo acqua con irrigazioni a stramazzo o con i getti ad alta pressione prendendo acqua dai Navigli e dal Villoresi, che lasciamo andare in lenta rovina il reticolo minore che percorreva Milano e i paesi limitrofi (70k chilometri), ecco che quella storia di ricchezza passata ci mostra un ditino saccente e ci ammonisce di riguardare a quell’acqua con occhi moderni e pensare se oggi non tocchi alla Città dire alla sua campagna-compagna che occorra ripensare agli impieghi idrici e alle fonti disponibili (la falda e i fiumi) ritrovando una nuova organicità nel ciclo dell’acqua.
Il rovesciamento di paradigma, Milano governa l’acqua che finisce alla campagna, nasce dalle utilità oggi ignorate dall’elemento primario della nostra vita, perché noi saremo modernissimi coi nostri terziari e con le nostre libertà così alla moda, ma siamo dei fessi perché possedendo l’oro, come gli spagnoli del ‘600, lo buttiamo via con voluttà.
Estrarre acqua pulita dalla falda per buttarla in fogna costa energia; questa energia si produce inquinando; l’acqua pulita nella depurazione è un danno che consuma altra energia e produce altro inquinamento, mentre noi con quell’acqua potremmo raffreddare e riscaldare Milano, bagnare i giardini e poi i campi circostanti e se ciò avvenisse lungo i canali che stiamo distruggendo, mentre lei scorre potremmo pure recuperare l’energia occorsa per pomparla via.
Economia circolare e risposta pratica ai quesiti delle Grete. Milano sta pensando in modo così organico? Riusciremo ad esportare verso la campagna le caviglie sottili della nuova nobiltà intellettuale urbana che ripenserà a come funziona la nostra vita rispettando l’ambiente che ci circonda?
(*) Imprenditore, Milano

Eccellente! Credo che una parola chiave indispensabile oggi sia “rete”, con i suoi corollari di circolarità, sistemicità e organicità. Una rete di cui siamo parte anche noi umani,ma spesso sembriamo dimenticerlo per sentirci padroni…