Biodiversità agroalimentare – Strategia “Save & Grow “ Relazione al convegno “I mondi da nutrire” – 14 giugno 2013 – di Stefano Bocchi (*)
Nella cosiddetta rivoluzione verde, l’innovazione era concepita come un processo originato da un gruppo ristretto di ricercatori specializzati e successivamente diffuso “top down”, dall’alto verso il basso. Si cerca ora di rovesciare il paradigma: l’innovazione è un processo diffuso sul territorio che parte da chi lavora direttamente in agricoltura, da colui cioè che può e deve capire come gestire il sistema colturale in funzione dei molteplici obiettivi del sistema aziendale.
Il paradigma produttivistico che puntava esclusivamente ad aumentare le produzioni unitarie è giunto al suo limite, il suo superamento stimola ad un cambiamento fortemente partecipato (agricoltori, ricercatori, consumatori, operatori dei settori interagenti con l’agricoltura ecc.) al punto che oggi si può affermare che: “Sono tutti studenti in innovazione “.
Il cambiamento investe l’utilizzo dei cosiddetti fattori produttivi (fertilizzanti, fitofarmaci, carburanti). Si sta fortemente mettendo in discussione il forte ricorso ad elementi come azoto, fosforo e potassio che l’azienda attualmente impiega con bassa efficienza. Il mercato dell’azoto minerale è legato agli andamenti del prezzo del petrolio, la disponibilità futura del potassio è legata invece alle attività estrattive controllate soprattutto da USA, Cina e Marocco. Considerato che, per diverse ragioni, i prezzi dei macroelementi di provenienza esterna all’azienda agricola sono destinati a lievitare, è necessario trovare una soluzione che consenta all’azienda di mantenere elevati i livelli produttivi senza tuttavia dipendere fortemente dai mercati. Come noto, le varietà migliorate (cosiddette High Yielding Varieties – HYV) costituite nel corso della rivoluzione verde per aumentare la produzione delle principali colture, comportano un forte e crescente ricorso a mezzi produttivi extraaziendali; senza questi apporti esterni, la produzione di queste colture può ridursi fortemente.
Per diverse ragioni, le dinamiche di sviluppo previste dalla rivoluzione verde non sono più sostenibili soprattutto per i Paesi ad economia più povera e quindi è opportuno avviare una nuova fase e individuare nuovi paradigmi a partire dalla considerazione che la terra coltivabile è un bene finito.
La presenza di una continua crescita demografica, che comporta lo spostamento delle popolazioni in aree urbane e la riduzione della popolazione agricola, aggrava il vincolo delle disponibilità delle terre e incentiva, in ampie aree del mondo, il loro accaparramento da parte dei Paesi che hanno disponibilità economiche.
La rivoluzione verde ha concentrato l’attenzione sulle risorse varietali e sui mezzi produttivi, considerando le risorse lavoro e saperi degli agricoltori di minore importanza.
Diventa oggi invece prioritario l’investimento sul capitale umano, anche perché non si può pensare di poter sostituire gli agricoltori professionali con i cosiddetti produttori urbani o gli “ ortisti” o rimpiazzare l’agricoltura con le moderne aziende verticali (vertical farming). Non è solo un problema di differenti livelli di produttività e di servizi ecosistemici, ma riguarda il fatto che la concentrazione territoriale della produzione agricola è sempre molto rischiosa per diverse ragioni.
La rivoluzione verde, che ha concentrato l’azione sulle principali colture di mais, frumento e riso e la crescita produttiva, si sta arrestando nei Paesi più ricchi mentre nei Paesi più poveri i trend di crescita sono ancora positivi. Per poter crescere, l’agricoltura deve quindi imparare a salvaguardare/conservare, adottare cioè una strategia di sustainable crop production intensification, che consenta un aumento della produzione sulla stessa superficie conservando le risorse, riducendo gli impatti negativi, potenziando il capitale naturale e i flussi dei servizi ecosistemici.
l nuovo paradigma “save&grow” proposto dalla FAO, che salvaguarda e conserva la terra aumentando la crescita produttiva, non è solo un ritorno alle origini del rapporto con la natura, ma instaura un’alleanza tra le attività dell’uomo e le esigenze della terra.
Un’alleanza che si impone per affrontare un modo adeguato la sfida di alimentare una popolazione in continua crescita e che si può riassume in tre obiettivi strategici:
- Intensificare i sistemi colturali in modo sostenibile
- Ridurre gli sprechi
- Migliorare (più equità) la distribuzione delle risorse
Per crescere ulteriormente, gli agricoltori devono dunque imparare a salvaguardare le terre tenendo presente i vincoli ambientali, istituzionali e socio-economici.
Il salto di consapevolezza consiste nel ritenere questi vincoli collegati tra di loro, per cui il loro avanzamento più avvenire solo in contemporanea o non avviene affatto.
Si tratta di adottare un approccio agro-ecologico secondo il quale ”non esiste un singolo modello per l’intensificazione colturale, ma alcuni principi e applicazioni integrate di conoscenze agro-ecologiche” che puntano ad ottenere :
- Il Rispetto dei vincoli ambientali: significa adottare un approccio ambientale di carattere sistemico che salvaguardi la fertilità con la biodiversità specifica in vista dell’esigenza continua di affrontare i cambiamenti del clima. Questo obiettivo è perseguibile con una “crop production intensification” realizzata attraverso sistemi aziendali che potranno offrire un ventaglio di benefici e servizi produttivi, socio-economici e ambientali al produttore e alla società allargata. Qui si apre anche l’importante capitolo delle sementi e il problema di chi controlla l’agrobiodiversità: se gli agricoltori o le imprese multinazionali.
- Il rispetto dei vincoli istituzionali s’intende che le soluzioni vanno adottate in modo integrato e partecipato creando una connessione tra tutti i soggetti interessati: dai produttori agli agricoltori ai consumatori.
- Il rispetto dei vincoli sociali s’intende fondamentalmente il social learning, che riguarda anche l’aumento di consapevolezza necessario, a partire dalle scuole, per ridurre gli sprechi alimentari.
La strategia save & grow pone quindi al centro il sistema aziendale (farming system) e non più il singolo prodotto commerciale o il singolo processo produttivo.
Questa scelta consente di scoprire che anche una minima lavorazione del terreno può fornire buoni risultati a minori costi produttivi e permette di salvaguardare la fertilità del terreno e le sue capacità di autostrutturarsi.
A tale fine la strategia save& grow si articola sul piano operativo nei seguenti punti:
1) Mantenere la fertilità del terreno. Si riscopre l’importanza della salute del terreno com’era in origine utilizzando risorse, materiali ed utilizzandoli in modo integrato (es. l’acacia africana che favorisce la produzione di mais).
2) Ampliare l’agrobiodioversità. L’agricoltore ha interesse nel mantenere una serie di specie per fare agricoltura in condizioni che cambiano continuamente (piogge, temperature,ecc.) indipendentemente dalle sementi scelte.
3) Utilizzare le varietà più adatte e la più alta qualità della semente
4) Adottare una gestione sostenibile delle risorse idriche significa l’adozione di tecnologie appropriate di maggior precisione che non riguardano soltanto le tecnologie moderne/informatizzate, ma possono recuperare sistemi d’irrigazione antichi e appropriati (otri interrati che rilasciano acqua, ecc.)
5) Aumentare la resilienza delle colture con un approccio integrato di gestione dei parassiti animali e vegetali che permette attraverso la biodiversità di ottenere produzioni diminuendo l’impiego di pesticidi ( es. riso in Indonesia).
6) Innovare le politiche istituzionali (locali e non). Si tratta di creare un quadro di politiche a livello locale che incoraggiano l’agricoltore (in Italia siamo in ritardo nell’applicazione di normative europee come quella per la riduzione dell’impiego dei fitofarmaci ).
La sfida è enorme e richiederà molto impegno , tutto l’impegno a cui ci richiamava Italo Calvino :
| « L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.
Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. » |
| (Italo Calvino, Le città invisibili, 1972) |
(*) Dipartimento di Agraria, Università di Milano
